L’invisibile costo della frammentazione: perché la tecnologia senza regia frena la crescita

Nel contesto digitale attuale, la complessità è la norma. Più attori, strumenti e competenze moltiplicano le opportunità di crescita, ma aumentano anche il rischio di frammentazione, soprattutto quando visione strategica ed esecuzione faticano a restare allineate.
Anche Forrester, nel report AI Reshaping Marketing: CMOs Choose Unity over Chaos in collaborazione con Making Science, evidenzia come crescita ed efficacia dipendano sempre più dall’allineamento tra strategia, processi e collaborazione tra funzioni. È per questo che il coordinamento non è più solo un tema organizzativo, ma una condizione concreta di performance.

Che si tratti di integrare strumenti e funzioni tradizionali o di sfruttare le opportunità dell’era dell’Intelligenza Artificiale, la capacità di orchestrare in modo unificato le diverse componenti – dalla strategia all’esecuzione, dai team creativi a quelli media – è fondamentale per superare le barriere di integrazione, citate dal 76% dei CMO, trasformare azioni o strumenti disconnessi in un vero motore di crescita.

Il rischio della frammentazione nel 2026

 

Oggi la frammentazione non è più soltanto un tema organizzativo ma incide direttamente sulla capacità dell’azienda di trasformare investimenti, competenze e dati in risultati. In un contesto in cui i budget tendono a stabilizzarsi, ogni disallineamento pesa di più rallentando decisioni, disperdendo risorse e riducendo l’efficacia dell’execution. Secondo il Gartner CMO Spend Survey, i budget marketing si attestano al 7,7% del fatturato aziendale, a conferma che oggi l’efficienza non è più un obiettivo accessorio, ma una condizione necessaria per sostenere la crescita.
Il tema riguarda anche i dati. Secondo il report IBM e Salesforce pur raccogliendo grandi quantità di informazioni, il 97% delle aziende clienti non riesce ancora a tradurle pienamente in vantaggio competitivo. Di fatto, solo il 24% le utilizza per trasformare concretamente l’esperienza cliente. È in questo scarto tra disponibilità del dato e capacità di attivarlo che si manifesta una delle forme più insidiose di frammentazione.

In Making Science osserviamo spesso questo fenomeno nei processi di diverse aziende: strategie corrette sul piano teorico che perdono efficacia nella fase di messa a terra, perché manca un coordinamento capace di collegare visione, competenze e execution.

Sincronizzare l’ingranaggio: dove la visione incontra l’operatività

 

Superare la frammentazione non significa semplicemente sommare competenze specialistiche. Significa farle lavorare come un sistema.
Per questo il coordinamento di progetto non è una funzione accessoria, ma una leva strategica. È ciò che permette di:

  • rendere più fluidi i flussi di lavoro e condividere standard operativi chiari;
  • accorciare il time-to-market senza sacrificare qualità e controllo;
  • tradurre la strategia in priorità operative realmente eseguibili;
  • garantire coerenza tra obiettivi di business, dati, tecnologia e delivery.

In un ecosistema in cui convivono marketing, data e tech, il coordinamento agisce come elemento di connessione evitando che la strategia resti astratta e assicurando che l’operatività tecnica rimanga sempre orientata al risultato.

Il ruolo dell’orchestrazione

 

In questo modello, il Customer Success evolve. Non è solo il presidio della relazione, ma una figura consulenziale che assicura continuità tra visione e realizzazione.
Il suo ruolo è quello di orchestrare il progetto, traducendo il coordinamento in tre azioni concrete:

  1. Sincronizzare le expertise: attiva i team di Data Science, Performance e tecnologia nel momento più opportuno, assicurando che ogni specializzazione contribuisca in modo coerente agli obiettivi comuni.
  2. Presidiare l’operatività: non si limita alla gestione della relazione, ma monitora la qualità dell’esecuzione, affinché competenze e strumenti restino sempre al servizio del business.
  3. Creare le condizioni per innovare: favorendo la progressiva rimozione dei silos, accompagna l’azienda verso un utilizzo più efficace di AI e dati di prima parte, rafforzando la solidità e la scalabilità dell’ecosistema digitale.

È questa regia che riduce i silos, rende più efficace l’uso dei dati e prepara l’azienda a valorizzare davvero asset sempre più decisivi, come AI e dati di prima parte.

Dall’execution alla partnership strategica

 

Nell’era della digital acceleration, il vantaggio competitivo non nasce più dalla qualità di singole performance isolate. Nasce dalla capacità di coordinarle.
Ridurre la frammentazione è la condizione per costruire strategie data-driven più resilienti, più leggibili nei risultati e più scalabili nel tempo.
Per questo l’approccio di Making Science supera il modello tradizionale cliente-fornitore: lavoriamo come partner che non si limita a fornire i singoli “mattoni” tecnologici, ma progetta e coordina la costruzione dell’intero edificio digitale, garantendo che la visione strategica e l’eccellenza operativa viaggino sempre alla stessa velocità.

Corporate AI: Oltre l’iceberg del marketing, verso l’efficienza di sistema

Oggi il mercato vive un paradosso: l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale è ai massimi storici, ma il 35% dei CMO si trova bloccato in quello che definiamo il “purgatorio dell’AI”. Dopo l’effetto “wow” iniziale, molte aziende faticano a calare la tecnologia nella realtà operativa quotidiana, restando in una fase di stallo.
Il problema risiede spesso in un errore di prospettiva. L’AI viene vista principalmente come uno strumento per il marketing, ma il marketing è solo la punta dell’iceberg. La vera sfida (e la vera opportunità) si trova nella struttura sommersa: i processi corporate, i flussi aziendali e l’integrazione di sistema.

Perché l’efficienza non può essere “plug-and-play”

In Making Science crediamo nei modelli personalizzati; disegniamo percorsi. Il valore risiede nel capire dove intervenire, con quali dati e con quali vincoli in questo contesto lo strumento diventa solo abilitante verso l’obiettivo. Per ottenere risultati che oltre alla POC, ed avere quindi soluzioni capaci di reggere in produzione, servono tre fondamenta:

  • Contesto aziendale: Il linguaggio, le procedure e le regole specifiche del vostro business.
  • Dati proprietari: Le informazioni estratte da CRM, ERP, knowledge base e archivi storici.
  • Processo: La definizione di ruoli, approvazioni e KPI chiari.

Senza queste basi, l’efficienza resta locale e la fiducia nel sistema non può scalare.

Dall’AI Generativa all’AI Agentica

Siamo entrati in una nuova era. Se finora l’AI ci ha aiutato a generare contenuti o analizzare dati, oggi stiamo vivendo il passaggio all’AI Agentica. L’AI smette di stare nel perimetro della conversazione ed entra in quello dell’azione: esegue task, apre ticket, genera offerte e aggiorna gestionali.
Questo innalza la responsabilità del sistema. Un’AI che agisce deve essere affidabile, governata e protetta da guardrail chiari e verificabili. Non cerchiamo la “magia”, ma la fiducia operativa: sapere esattamente quando il sistema può rispondere basandosi su fonti citabili e quando, invece, deve attivare un’escalation umana.

 

Il metodo AI Navigator: La bussola consulenziale

Per accompagnare le aziende in questa trasformazione, abbiamo sviluppato il framework Corporate AI Navigator.
Il nostro valore consulenziale si esprime nel trasformare una curiosità tecnologica in una capacità aziendale concreta attraverso 5 step fondamentali:

  • Assessment & Obiettivi: Analizziamo la maturità digitale attuale e allineiamo gli stakeholder su KPI realistici.
  • As-is Process Mapping: Identifichiamo dove si crea attrito e dove la conoscenza è dispersa.
  • Prototype / MVP: Sviluppiamo rapidamente un caso d’uso ad alto impatto (come il supporto tecnico o la sales enablement) per dimostrare il ROI.
  • Rollout con Governance: Portiamo la soluzione in produzione con integrazioni sicure, permessi e audit log.
  • Monitoraggio: Misuriamo adozione e precisione per pianificare i prossimi passi della roadmap.

Un approccio modulare e “Model-Agnostic”

Un pilastro della nostra strategia è la flessibilità: il nostro approccio è model-agnostic. Costruiamo architetture modulari che permettono di cambiare il “motore” AI sottostante (commerciale, open source o locale) in base a costi, latenza e privacy.
Questo protegge l’investimento dell’azienda dall’obsolescenza tecnologica.

L’AI non sostituisce le competenze umane, ma le amplifica. Il nostro compito è liberare le persone dai task ripetitivi per permettere loro di concentrarsi sul valore strategico.

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Dalla macchina da scrivere all’intelligenza artificiale: una riflessione sul nuovo ruolo del CMO

Recentemente con mia moglie e una coppia di amici ho visitato in Piazza San Marco a Venezia uno dei luoghi più sorprendenti dell’architettura del Novecento: il negozio Olivetti progettato da Carlo Scarpa.
Chi lo visita per la prima volta ha la sensazione di entrare in qualcosa che è molto più di uno spazio commerciale. Le scale sospese, i materiali preziosi, la luce che scivola sulle superfici. Tutto è progettato con una precisione quasi musicale. E poi, le macchine da scrivere: oggetti che oggi sembrano piccole sculture industriali. La Lettera 22, la Valentine, simboli di un’epoca in cui tecnologia, design e cultura dialogavano in modo straordinariamente naturale.

Sotto la guida di Adriano Olivetti, l’azienda di Ivrea non fu soltanto un’impresa industriale di successo. Fu un laboratorio unico in cui innovazione tecnologica e responsabilità sociale si intrecciarono in una visione coerente: l’impresa non è soltanto un luogo di produzione, ma una comunità in cui le persone condividono obiettivi e un destino comune.

Ma anche le visioni più alte devono fare i conti con l’evoluzione tecnologica.

 

Alla fine degli anni Settanta Olivetti visse il passaggio dalla meccanica all’elettronica. Il salto di produttività era già evidente: una macchina meccanica richiedeva dieci ore di lavoro, quella elettronica meno di due.
Questa trasformazione ci insegna che l’innovazione non è un capriccio, ma una dinamica inevitabile della competizione. L’obiettivo non può essere fermarla, ma governarne le conseguenze: liberare le persone da compiti “macchinali” per liberare tempo in favore di strategia e creatività.

Il “Momento Olivetti” nell’era della Hybrid Intelligence

 

Oggi viviamo un momento simile, ma con una velocità senza precedenti. L’AI generativa agisce sul pensiero, sulla sintesi e sulla creatività. Questo significa che sta cambiando l’intera architettura del lavoro. Ed è qui che il ruolo delle risorse umane e dei leader aziendali diventa decisivo per ridisegnare il sistema — competenze, responsabilità, modelli di collaborazione — aiutando l’organizzazione ad adattarsi senza perdere coesione.

Proprio come nel negozio veneziano, dove ogni dettaglio era al servizio di un’armonia superiore tra forma e funzione, in Making Science definiamo questo approccio Hybrid Intelligence: l’intelligenza artificiale non come sostituto, ma come moltiplicatore della precisione e della capacità umana.

Passiamo dal “saper fare” al saper istruire e al saper orchestrare: la qualità dell’output dipende dalla qualità delle istruzioni e dal giudizio critico che riceve.
Pensiamo alla lingua inglese: per decenni è stata un filtro nel recruiting. Oggi, con traduttori integrati, la mera conoscenza grammaticale non basta più. Ciò che diventa decisivo è la capacità di interpretare il contesto, costruire relazioni di fiducia e formulare giudizi complessi. Il recruiting si sposta quindi verso l’agilità cognitiva e il pensiero strutturato.

L’Organizzazione Aumentata

 

Stiamo cioè passando da strutture piramidali a organizzazioni aumentate, dove la capacità del singolo è amplificata.

Questa trasformazione, tuttavia, apre un interrogativo cruciale che raramente viene discusso.
Per decenni i professionisti hanno imparato il mestiere attraverso una progressione naturale: i profili junior iniziavano svolgendo attività semplici, ad esempio analisi dati di base, preparazione di bozze di report, raccolta di informazioni, che costituivano una vera e propria palestra professionale. Attraverso l’esecuzione ripetuta di questi compiti si costruivano le competenze necessarie per assumere ruoli più complessi.
Ma se una parte crescente di queste attività viene delegata agli algoritmi, che cosa accade alla formazione dei professionisti di domani? In altre parole: se eliminiamo la palestra dei compiti esecutivi, come formeremo i senior del futuro?

Una risposta risiede in nuovi modelli di apprendimento. In Making Science, lavoriamo perché la palestra sia non più il data entry ma la supervisione critica fin dal primo giorno. L’esperienza professionale evolve verso un mentoring intensivo, nel quale anche i profili junior imparano a supervisionare e validare l’output delle macchine. In questo ecosistema di Hybrid Intelligence, la formazione è una pratica quotidiana di contaminazione digitale che accelera la crescita del pensiero strategico.

In un contesto in cui l’apprendimento è continuo, diffuso e sempre più orientato alla supervisione critica, anche il ruolo del CMO evolve e assume una dimensione architetturale. La sfida che condividiamo ogni giorno con i leader del marketing non riguarda solo i tool, ma la definizione del confine tra delega tecnologica e intuizione umana. Stabilire cosa affidare alle macchine e cosa lasciare alla persona è la vera prova di leadership moderna.

Per il CMO è l’opportunità di guidare il reskilling del proprio team affinché la tecnologia sia un ponte, non un muro. Ed è esattamente qui che l’esperienza conta: chi possiede quella “memoria storica” e quella capacità di pattern recognition necessaria per anticipare i colli di bottiglia culturali può oggi trasformare il cambiamento in vantaggio competitivo condiviso. Il CMO del futuro non è chi possiede la tecnologia migliore, ma chi possiede la visione più profonda per metterla al servizio del talento umano.

 

Una riflessione finale sul senso del lavoro

 

L’intelligenza artificiale riduce il tempo necessario per svolgere attività ripetitive. Quel tempo liberato può essere utilizzato per generare valore diverso: creatività, riflessione strategica, relazione e benessere organizzativo.

Se l’intelligenza artificiale riduce il tempo necessario per svolgere attività ripetitive, quel tempo non è neutrale: diventa un’opportunità preziosa da orientare verso la creazione di valore — creatività, pensiero strategico, relazione e benessere organizzativo.

Se la tecnologia cambia il modo in cui lavoriamo, la nostra responsabilità è fare in modo che questo cambiamento rafforzi la dimensione comunitaria dell’impresa. Perché anche nell’era dell’intelligenza artificiale, un’azienda rimane prima di tutto questo: una comunità di persone che collaborano per realizzare qualcosa che nessuna macchina, da sola, potrebbe mai costruire.

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Sanremo 2026: La fine del “Prime Time” e il trionfo dell’Ecosistema. Perché la CTV ha cambiato le regole del gioco

C’è un numero dell’ultima edizione di Sanremo che ogni CMO dovrebbe stamparsi e appendere in ufficio: 72 milioni di euro. È il record storico di raccolta pubblicitaria, un +10% rispetto all’anno scorso.
Eppure, se guardiamo i dati tradizionali dell’Auditel, lo share della TV lineare non ha fatto segnare nuovi record, assestandosi su un pur ottimo 68,8% per la finale.

Come si spiega questo disallineamento? Perché i brand hanno investito cifre mai viste per una platea televisiva che, di fatto, è rimasta stabile o in lieve flessione?
La risposta è cruda e semplice: perché i brand più lungimiranti hanno smesso di comprare lo spot televisivo e hanno iniziato a comprare l’ecosistema. Sanremo ci ha appena dimostrato che il vero valore commerciale di un grande evento non si esaurisce più nel salotto di casa davanti alla TV accesa, ma si moltiplica sulle piattaforme che circondano quell’evento.


L’ecosistema vale più della singola platea


Per decenni, il media planning si è basato su una logica di “appuntamento”: comprare lo spazio delle 21:45 per colpire il maggior numero di persone sintonizzate in quel momento. Oggi, i numeri ci dicono che l’attenzione si è spalmata, frammentata e prolungata.
Oltre ai telespettatori tradizionali, abbiamo avuto 28 milioni di stream su RaiPlay e un’onda d’urto di 1,2 miliardi di visualizzazioni video sui social in appena cinque giorni. Il Festival non finisce quando Amadeus o Carlo Conti chiudono la diretta alle due di notte; continua la mattina dopo su TikTok, sulle ricerche di Google, sulle piattaforme di streaming musicale.
Il televisore è diventato solo il “trigger”, la scintilla che innesca una conversazione che avviene altrove. E se la conversazione si sposta, il budget di chi fa marketing deve avere la stessa fluidità per seguirla.

 

La Connected TV (CTV) come ponte tra due mondi

 

Il vero elemento di rottura in questo scenario è la Connected TV. Il televisore si è evoluto: non è più un tubo catodico passivo, ma uno schermo digitale, connesso a internet e loggato.

Per chi investe in pubblicità, questo è il punto di svolta. Sulla CTV, il limite storico della TV tradizionale (misurare “a spanne” chi sta guardando) viene abbattuto.

Tuttavia, bisogna guardare ai dati con oggettività: come dichiara esplicitamente anche Auditel, oggi non è possibile tracciare gli utenti della TV lineare in modo esatto cross-device.
Diventa così impossibile calcolare l’esatta sovrapposizione tra pubblico televisivo e connesso. Di conseguenza, lo shift della pianificazione verso la Connected TV non è un passaggio automatico, ma un rischio calcolato che il brand deve scegliere consapevolmente se correre

Poter tracciare con precisione le audience cross-canale (TV e online) anche in Italia renderebbe gli investimenti finalmente misurabili, migliorando drasticamente l’ottimizzazione delle campagne. In altri Paesi lo stiamo già facendo: ascolta qui ▶️ l’approfondimento su DNLTV e alcuni casi studio sul mercato francese. 

Nonostante questi limiti strutturali del mercato, le piattaforme di streaming e le smart TV permettono di pianificare le campagne incrociando i dati: non compriamo più semplicemente “il pubblico di Sanremo”, ma andiamo a colpire determinati segmenti di pubblico (ad esempio, chi ha già visitato il nostro sito o chi ha un certo storico di acquisti) direttamente sullo schermo più grande della casa. Inoltre, la CTV ci permette di recuperare quella fetta di pubblico più giovane che la TV lineare fa fatica a intercettare, e che consuma l’evento quasi esclusivamente on-demand.

 

L’imperativo per i CMO: presidiare tutti i canali (ma con intelligenza)


Se lo scenario è questo, pianificare unicamente lo spot in TV significa lasciare sul tavolo la maggior parte delle opportunità di conversione. Oggi un brand deve presidiare tutti i canali, ma deve farlo con una logica unificata.

Cosa significa all’atto pratico?

  • Pianificazione Total Video: I budget della TV tradizionale e del digital video non possono più viaggiare su due binari separati. Vanno unificati per controllare quante volte una singola persona vede il nostro messaggio, indipendentemente dal fatto che lo guardi in diretta su Rai 1 o in replica su un’app dal tablet.
  • Essere pronti a catturare l’intento: Se il nostro spot passa in TV, o se il nostro brand veste uno dei cantanti in gara, nei cinque minuti successivi ci sarà un picco di ricerche su Google o sui social. Se non siamo lì a presidiare quelle ricerche con campagne specifiche (e magari formati che permettano l’acquisto immediato), abbiamo solo fatto un favore ai nostri competitor.
  • Budget liquidi per cavalcare il momento: Sanremo è la fiera dell’imprevisto. I momenti che generano più interazioni non sono mai scritti in scaletta. I brand vincenti sono quelli che tengono una quota di budget “liquida”, pronta a essere investita in tempo reale sulle piattaforme social per cavalcare un trend o un meme esploso dieci minuti prima.

I 72 milioni di euro raccolti quest’anno non sono un’anomalia. Sono il nuovo standard. E ci insegnano che il successo non si misura più solo da quante persone sono sedute sul divano, ma da quanto siamo bravi a intercettarle e convertirle ovunque esse decidano di spostare la loro attenzione.

 

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Social & B2B: la fiducia che traina la crescita

Food, Fashion, Lifestyle. Nell’immaginario comune è imprescindibile per una realtà B2C essere presenti sui social e avere una vasta fanbase consolidata: ma per quanto riguarda il B2B? 

Spesso siamo portati a pensare che per una realtà che non vende direttamente al consumatore finale non ci sia spazio nel mondo digital per presentare il proprio prodotto e i propri valori. Al contrario, sono sempre di più le aziende che si approcciano ai social con un piano ben definito e orientato ai risultati, trovando il proprio spazio in nicchie di mercato profilate e ricettive rispetto ai propri obiettivi di business.

Con il 94% dei marketer B2B che conferma come costruire fiducia e una solida brand reputation siano la chiave per il successo del proprio business, ecco alcuni punti fondamentali da tenere a mente per costruire una strategia di Social Branding efficace.


Approccio strategico ai social: importante per B2B, anzi fondamentale


Molto spesso, quando pensiamo ai social, tendiamo a identificarli come un luogo di svago, dove fruire di contenuti e interagire con persone che hanno i nostri stessi interessi.

Questo bias cognitivo interferisce con il modo in cui valutiamo l’effort operativo che si cela dietro la redazione di un piano editoriale. È proprio qui che le aziende commettono il primo errore: approcciare questo mondo con lo stesso sguardo dell’utente finale.

Nel contesto B2B, dove LinkedIn domina la scena con un 229% di ROI proveniente da attività di social organico, non si tratta più di parlare di sé, ma di comunicare i propri valori. Non esiste un settore che non abbia una sua nicchia di posizionamento online: semplicemente, se non l’hai ancora trovata, non hai strutturato una strategia che ti permetta di intercettare la tua target audience in modo efficace.

Porsi “dall’altra parte dello schermo” e interrogarsi sui bisogni e le abitudini delle proprie buyer personas — insieme a una fase di analisi approfondita e coerente con gli obiettivi aziendali — è il primo step fondamentale per dare il via a un percorso comunicativo che permetta di avvicinarsi ai possibili prospect ed essere presenti al momento giusto, sulla piattaforma giusta, con il contenuto giusto.

 

La legge della riprova sociale: perché il “cosa” non basta senza il “perché”

 

Un secondo errore che le aziende B2B commettono è pensare di non avere valori da comunicare o che il proprio prodotto non sia “adatto” ai social media.

Ci dimentichiamo però del motivo per cui le persone utilizzano i social: non solo per acquistare (nonostante l’ascesa del social shopping, come dimostrato da TikTok Shop), ma per sentirsi parte di una community o di un gruppo con interessi affini.

Focalizzarsi solo sul prodotto senza lavorare sulla riprova sociale e sulla brand awareness, trascurando la fiducia della propria audience, può portare alla perdita di fette di mercato importanti. Soprattutto nel B2B, dove il fattore decisionale si misura su aspetti complessi come Customer Care e Service, strutturare una strategia che comunichi i plus aziendali a 360° si rivela decisivo nel processo di conversione da utente a cliente.

 

Dare voce all’azienda: l’Employee Advocacy come moltiplicatore di fiducia


Manca un tassello importante per la costruzione della fiducia: il dipendente. Non solo come figura lavorativa, ma come portavoce e Ambassador del brand.

Se il 94% dei marketer punta sulla trust, l’Employee Advocacy ne è il braccio operativo più potente. Non sono più solo le pagine ufficiali a parlare, ma le persone: i contenuti condivisi dai dipendenti ottengono mediamente un coinvolgimento 8 volte superiore rispetto a quelli dei canali corporate.

Integrare i propri talenti e gli esperti tecnici nella strategia social significa attivare un network di volti umani che validano l’autorevolezza dell’azienda. In un contesto B2B dove il ciclo di vendita è lungo e basato sulla credibilità, il profilo LinkedIn di un consulente o di un manager diventa la prima garanzia di affidabilità per il prospect, trasformando la rete professionale in un generatore costante di lead qualificati.

 

“Il 78% dei marketer B2B utilizza i video nella propria strategia e più del 50% pianifica di aumentare l’investimento su questo format nel prossimo anno (LinkedIn B2B Marketing Benchmark 2025). I dipendenti e il Top Management giocano un ruolo fondamentale nel rafforzare la fiducia nel brand e diffondere i contenuti aziendali in modo autentico.”

 

Se la tua domanda è: “Ma i video chi li fa?”, forse non stai dando abbastanza valore al tuo capitale umano.

 

Il Social organico come tassello nella gestione del rischio


Il solo supporto advertising non è sufficiente a costruire un brand. Ti fideresti mai di un brand che non pubblica da 3 anni? Sicuramente penseresti che l’azienda ha chiuso o che ci sia qualcosa che non va.

Le attività social organiche si mescolano in modo sinergico alla strategia aziendale e ci forniscono dati utili per trovare nuove leve di marketing, forniscono supporto lato SEO ai contenuti del sito e costituiscono i pillar comunicativi di una realtà, proiettandola nel mondo digitale con una brand identity coesa, coerente.

Pubblicazioni, frequenza e continuità comunicativa sono fondamentali per costruire una solida presenza online, ma non dimentichiamoci uno degli aspetti fondamentali quando parliamo di comunicazione: la gestione della crisi.

Oggi dobbiamo prendere atto della centralità della brand reputation, e basta un post su Reddit o un commento per attirare a sé commenti indesiderati che possono minare l’immagine della tua azienda.

Esporsi vuol dire anche accettare il rischio. Avere una strategia per affrontare queste situazioni e trasformare un rischio in un’opportunità è compito di ogni Social Media Manager.

 

Per concludere


Pianificazione strategica, analisi, community management e approccio full funnel: questi sono i pillar che ogni realtà B2B dovrebbe adottare per affrontare il futuro. Non si tratta più semplicemente di definire un piano editoriale, ma di sfruttare ogni strumento per amplificare i propri valori e posizionarsi come un player esperto e autorevole.

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Dalla Visibilità alla Credibilità: il nuovo paradigma dei Social Media verso il 2026

Per oltre un decennio, il digital marketing ha fondato la propria architettura strategica sul principio della visibilità. Metriche come reach, impressions e views ne hanno definito il successo, alimentando un’economia dell’attenzione basata sull’esposizione costante e sulla capacità dei brand di occupare spazio mentale e visivo nel quotidiano delle persone.

Oggi, tuttavia, questo paradigma mostra i suoi limiti. L’ecosistema digitale evolve con una velocità senza precedenti, e con esso cambiano le logiche che regolano la costruzione del valore di marca. I social media stanno riscrivendo le “regole dell’attenzione” e si apre una nuova fase in cui la credibilità sostituisce la visibilità come metrica fondamentale del successo comunicativo.

Un nuovo approccio

 

“Negli ultimi dieci anni, il digital marketing si è fondato sulla visibilità. Nel prossimo decennio si fonderà sulla credibilità.”

Una frase che sintetizza con lucidità la trasformazione in atto: l’era della mera presenza sta lasciando spazio all’era della pertinenza e dell’autenticità, segnando un passaggio cruciale dalla quantità alla qualità dell’attenzione.

Le campagne percepite come autentiche, empatiche e trasparenti superano di gran lunga le performance di quelle esclusivamente performative, registrando un +47% di engagement qualitativo e un +32% di brand recall.

L’attenzione, risorsa sempre più scarsa, frammentata e selettiva, non si conquista più attraverso la sola frequenza o la creatività formale, ma attraverso la credibilità relazionale. Il pubblico, saturo di messaggi e stimoli, orienta la propria attenzione verso brand coerenti, profondi e veri.

La fiducia diventa così la nuova valuta dell’ecosistema digitale.

Il feed social come infrastruttura

 

Nel nuovo scenario dell’attention economy, il feed non è più una vetrina estetica né un semplice esercizio di stile comunicativo. Si configura come il sistema visivo della credibilità del brand: un ambiente identitario, coerente e narrativo in cui ogni scelta strategica – dal ToV alla direzione creativa, dalla frequenza di pubblicazione alla tipologia dei contenuti – concorre alla costruzione di percezioni solide e relazioni durature.

Ogni contenuto pubblicato diventa così un atto di identità, non solo di comunicazione. Esprime, spesso in modo implicito, chi siamo, cosa rappresentiamo e quanto siamo disposti a essere trasparenti nel nostro dialogo con la community.

In questa prospettiva, i social media si trasformano da piattaforme di diffusione a spazi reputazionali: ecosistemi in cui i brand values si manifestano quotidianamente, traducendosi in esperienze visive e narrative coerenti con la propria identità.

La coerenza come fondamento della credibilità

 

In un ambiente digitale sovraffollato, non è la quantità dei contenuti a determinare il valore percepito di un brand, ma la loro coerenza con l’identità e l’essenza di marca. La coerenza visiva, narrativa e valoriale è ciò che rende un brand riconoscibile e affidabile, soprattutto nel lungo periodo. Senza coerenza, anche la migliore creatività rischia di essere interpretata come “rumore”.

Quindi, perché la coerenza è così importante nel 2026?

  • Stabilizza la percezione: in un feed curato, la coerenza crea continuità cognitiva, facilitando il riconoscimento immediato del brand.
  • Rafforza il posizionamento: il brand consolida la propria territory of meaning, rendendo più chiaro chi è e cosa rappresenta rispetto ai competitor.
  • Guida le aspettative dell’audience: le persone sanno cosa aspettarsi e questo riduce attriti, ambiguità e interpretazioni errate.
  • Aumenta la memorabilità: contenuti coerenti generano tracce cognitive più profonde e riconoscibili.
  • Supporta la credibilità: un brand coerente appare più serio, affidabile e professionale.
  • Rafforza il legame con la community: l’utente si sente parte dell’universo del brand.

In pratica: la coerenza non è un vincolo creativo, ma diventa un acceleratore strategico.

Permette a ogni contenuto di essere non solo bello o performante, ma anche funzionale alla costruzione della marca, mantenendo un filo narrativo che collega estetica, messaggi e valori.

Dalla performance alla verità: una nuova metrica di valore

 

Per lungo tempo, i team di marketing hanno misurato il successo prevalentemente attraverso KPI quantitativi, indicatori essenziali, ma non più sufficienti a rappresentare la complessità. Nella transizione verso la credibility economy, il significato stesso di “performance” si amplia, includendo dimensioni qualitative come:

  • la coerenza percepita;
  • la profondità narrativa;
  • la fiducia generata nel tempo.

Questo non significa abbandonare l’aspetto quantitativo che rimane un punto fermo, ma c’è la necessità di ridefinire l’approccio di analisi. La domanda non è più soltanto “quale formato performa meglio?”, ma anche “quale contenuto riflette con maggiore fedeltà il nostro posizionamento e la nostra brand truth?”

La brand truth – sintesi profonda tra identità, visione e coerenza valoriale – diventa così la lente strategica attraverso cui leggere ogni azione comunicativa. 

In sintesi, l’evoluzione segue una traiettoria chiara e progressiva:

Brand Identity → Brand Equity → Brand Truth.

 

Il ruolo strategico della credibilità

 

La capacità di un brand di essere credibile diventa un vantaggio competitivo determinante. La credibilità, infatti, non si costruisce con una singola campagna o con post pubblicati solamente “per esserci” sui diversi canali, ma attraverso un ecosistema coerente fatto di contenuti, esperienze e interazioni che si alimentano a vicenda.

Tre saranno i pilastri su cui fondarla:

  1. Autenticità, come fondamento narrativo e voce identitaria.
  2. Empatia, come leva relazionale capace di generare prossimità e rilevanza.
  3. Trasparenza, come patto di fiducia che consolida la relazione nel tempo.

I brand che sapranno integrare questi principi nel proprio storytelling conquisteranno non soltanto visibilità, ma soprattutto autorevolezza, consolidando la loro posizione in un mercato sempre più selettivo e consapevole.

Conclusione

 

In un ambiente digitale dominato da intelligenze artificiali, automazione dei contenuti e flussi informativi incessanti, la credibilità emerge come l’unico vero ancoraggio per costruire fiducia umana. La comunicazione social del futuro non sarà più una questione di esposizione, ma di verità percepita: la capacità di essere riconosciuti come autentici, coerenti e significativi, anche all’interno di un ecosistema mediato dagli algoritmi.

E in questa nuova prospettiva, la sfida non sarà più ottenere attenzione, ma meritarla, ogni giorno, attraverso ciò che si è davvero e restando coerenti con il proprio brand positioning in ogni espressione di comunicazione.

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Oltre il ranking: come l’AI sta ridefinendo le regole della visibilità online

Il 2025 segna un punto di svolta epocale per il mondo della ricerca online. Con l’introduzione delle AI Overviews (AIO) e della modalità AI Mode, Google ha ridefinito l’esperienza di ricerca: non più una semplice lista di link, ma risposte generate dall’intelligenza artificiale direttamente in SERP. Parallelamente, piattaforme come ChatGPT, Perplexity e Gemini stanno diventando strumenti quotidiani di informazione e scoperta.
Per le aziende, la questione non è più “apparire” ma essere scelte come fonte attendibile. La visibilità organica, che per anni è stata legata al ranking, oggi dipende dalla capacità di un brand di diventare la risposta.

Tre segnali che mostrano come sta cambiando il panorama della ricerca

  1.  Il cleanup del Knowledge Graph
    Nell’estate 2025, Google ha ridotto di oltre il 6% le entità del Knowledge Graph in una sola settimana. Brand con identità digitale frammentata sono stati penalizzati, mentre aziende con dati coerenti e governance solida sono rimaste visibili.
  2.  Freshness bias
    Secondo Ahrefs, gli assistenti AI preferiscono contenuti aggiornati: in media, le citazioni AI sono tratte da contenuti 25% più recenti rispetto a quelli che rankano nella SERP tradizionale.
  3. CTR in calo
    Seer Interactive e Search Engine Roundtable hanno rilevato un calo significativo del CTR organico quando è presente un blocco AIO. Anche se Google afferma che i clic restano “stabili e qualificati”, la realtà dimostra una ridistribuzione netta del traffico.

L’impatto per le aziende

Zero-click: molte query informative vengono risolte direttamente dagli AIO, traducendosi in perdita di traffico qualificato e quindi di opportunità di vendita.
Metriche obsolete: “posizione media” e “numero di keyword” non riflettono più la reale visibilità. Gli investimenti in SEO possono essere inefficaci se basati su KPI superati.
Incoerenza digitale: brand con dati non allineati rischiano di non essere più riconosciuti come entità nel Knowledge Graph, lasciando maggiori spazi ai competitor più veloci nell’adattarsi.

Le nuove regole del gioco

Dalla keyword all’intento: le AI scompongono le query in sotto-domande (query fan-out). Per essere competitivi, i contenuti devono coprire l’intero ventaglio di domande degli utenti.
Answer Engine Optimization (AEO): le pagine devono essere progettate per fornire risposte chiare, estrattive e verificabili (FAQ, tabelle, dati concreti, fonti autorevoli).
Generative Engine Optimization (GEO): i contenuti devono essere leggibili e riusabili dai modelli generativi.
Brand authority: la credibilità del marchio diventa il principale fattore di selezione.

📍 Case study: un’azienda energetica ha creato un cluster di contenuti sui pannelli solari coprendo tutte le sotto-domande (costi, incentivi, durata, ROI). In pochi mesi, le sue pagine sono state incluse nelle citazioni AI di Perplexity, generando lead qualificati con un +22% di conversione.

Le direttrici strategiche

Brand clarity
Dati coerenti e governance digitale (schema markup, collegamenti “sameAs”, presenza unificata).
Freshness
Aggiornamento periodico dei contenuti strategici con timestamp visibile e nuove evidenze.
Pagine hub di risposta
Creare contenuti strutturati che rispondano direttamente ai bisogni informativi dei clienti.

Conclusione

La SEO non è morta: si è trasformata. Nell’era AI, non basta essere trovati, bisogna meritare di essere scelti come risposta. Le aziende che investiranno oggi in brand authority, freshness e AEO conquisteranno non solo la visibilità, ma anche la fiducia degli utenti e un vantaggio competitivo duraturo.

Chi agirà subito consoliderà la propria quota di mercato digitale. Chi resterà fermo rischia di sparire dalle risposte che guidano le decisioni dei clienti.


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SEO e AI: Il Playbook Operativo in 90 Giorni per le Imprese

Nell’articolo dedicato a SEO e AI abbiamo visto perché la SEO sta cambiando. Ora vediamo come muoversi concretamente.
Molte aziende hanno compreso che l’AI sta trasformando la SEO, ma poche sanno come reagire in modo operativo.
Parlare di AI Overviews e Query fan-out può sembrare astratto: ciò che serve è un percorso pratico e misurabile.
Ecco un playbook operativo in tre fasi (90 giorni) che abbiamo messo a punto in Making Science e che permette di sfruttare la SEO come leva strategica nell’era AI e mostrare risultati già nel medio periodo.

Fase 1 – Diagnosi Iniziale e Piano Operativo (settimane 1–3)

Cosa facciamo in questa fase:

Audit completo
Su SEO tecnico (crawl, Core Web Vitals).

Contenuti (AEO/GEO)

Brand Graph audit
Verifica che i dati aziendali (nome, indirizzo, descrizione, collegamenti) siano coerenti su tutti i canali: sito web, LinkedIn, Wikipedia, portali di settore. Il Brand Graph è la rete di informazioni che definisce l’identità digitale del brand — le AI la usano per valutarne l’autorevolezza.

Freshness gap
Individua le pagine strategiche che non vengono aggiornate da oltre sei mesi. Il freshness gap misura il divario tra contenuti aggiornati e obsoleti — un fattore sempre più critico per le citazioni AI.

📍Output: documento di diagnosi + roadmap dei 90 giorni successivi + backlog trimestrale con attività non urgenti ma già mappate.

Caso studio: un e-commerce di elettronica ha scoperto che le sue guide sui modelli 2022 non venivano più citate.
Aggiornando con i dati 2024, ha recuperato visibilità nelle risposte AI.

Fase 2 – Produzione e Ottimizzazione contenuti (Settimane 4–8)

Cosa facciamo in questa fase:

Pagine pilota AEO
Creazione di 10 pagine hub AEO Pilota con struttura ottimizzata per l’Answer Engine Optimization: titoli in forma di domanda, risposta breve iniziale, FAQ, dati concreti, schema,org, speakable. L’obiettivo è facilitare l’estrazione delle informazioni da parte delle AI.

Cluster intenti
Sviluppa gruppi di contenuti che coprano sistematicamente le sotto-domande degli utenti per ogni tema strategico (25-40 sotto-domande per tema). Invece di articoli isolati, costruisci hub tematici che rispondono a tutti gli aspetti di un argomento.

Freshness sprint
Aggiornamenti rapidi dei contenuti esistenti con nuovi dati, timestamp visibili e sintesi chiare.

Google Business Profile
Attivazione template.

📍Output: contenuti pronti per l’estrazione da AI e visibili nei motori di ricerca + nuove schede locali standardizzate.

Caso studio: una società B2B tech ha creato un cluster di 12 pagine sulla Digital Transformation. In pochi mesi, il cluster è stato citato da Perplexity come fonte, con un aumento del 30% dei lead inbound.

Fase 3 – Distribuzione & Monitoraggio KPI (Settimane 9–12)

Cosa facciamo in questa fase:

Digital PR e review seeding per citazioni
Costruisci presenza attiva su portali di settore, review site e community specializzate. Gli LLM (Large Language Models, i modelli alla base di ChatGPT e altri assistenti AI) utilizzano queste fonti per verificare l’autorevolezza dei brand.

Attivazione dashboard KPI
Misura nuovi indicatori specifici per l’era AI: share of answer, branded impressions, coverage intenti e freshness score (percentuale di contenuti aggiornati).

Retroazione
Utilizza i dati raccolti per ottimizzare la produzione successiva e correggere la rotta.

📍Output: primo set di risultati concreti misurabili + ottimizzazioni di processo e contenuto per il trimestre successivo.

Caso studio: una clinica privata ha monitorato la propria presenza nelle risposte AI. Dopo tre mesi, la frequenza delle citazioni è cresciuta del 15%, migliorando la fiducia percepita dai pazienti.

La mappa dei nuovi KPI

Per valutare l’efficacia, le aziende devono spostarsi da metriche obsolete a KPI realmente strategici:

Share of Answer
Quota di citazioni AI del brand rispetto ai competitor. Si monitora con tool specifici (GEO Checker, BrightEdge) che tracciano la frequenza con cui il brand viene menzionato nelle risposte generate dalle AI.

Freshness Score
Percentuale di pagine strategiche aggiornate negli ultimi 6 mesi. Misura quanto il contenuto è attuale e rilevante per le AI.

Coverage intenti
Analisi delle sotto-domande coperte rispetto a quelle emerse nei tool di keyword research AI-powered. Misura quanto completamente il brand risponde ai bisogni informativi degli utenti.

Branded Impressions
Misura della domanda diretta sul brand. Traccia le ricerche che includono il nome del brand, segnale di crescente notorietà e fiducia.
Questi KPI collegano la SEO al linguaggio del business: quote di mercato, fiducia e crescita.

Conclusione

Un piano in 90 giorni per conquistare lo share of answer, la nuova valuta della fiducia digitale, e portare la SEO del tuo brand nell’era AI, trasformando i contenuti in risposte.
Non basta più “essere trovati”: serve essere scelti.

Quick checklist: sei pronto per la SEO nell’era AI?

✅ Dati del brand coerenti su tutti i canali (sito, LinkedIn, portali di settore)
✅ Contenuti strategici aggiornati negli ultimi 6 mesi
✅ Pagine strutturate per rispondere a sotto-domande complete
✅ Sistema di monitoraggio delle citazioni AI attivo
✅ KPI specifici per l’era AI definiti e tracciati

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Accessibilità digitale oggi: la guida alle novità 2025

È fondamentale essere consapevoli che milioni di persone in Italia incontrano complessità ad accedere a siti web non accessibili. Con l’entrata in vigore dell’European Accessibility Act (Direttiva (UE) 2019/882) prevista per il 28 giugno 2025, e il recepimento in Italia con il Decreto Legislativo 27 maggio 2022, n. 82, l’accessibilità digitale è diventata una priorità per ogni azienda. Non si tratta più solo di una scelta, ma di un obbligo legale, etico e strategico. Questa guida fornirà le informazioni essenziali per navigare le nuove normative e trasformare il tuo sito web in uno spazio realmente inclusivo.

L’obbligo di accessibilità digitale interessa diversi touch point aziendali tra cui gli e-commerce e le piattaforme che offrono transazioni o interazioni strutturate. Tuttavia, anche i siti informativi dovrebbero considerare seriamente l’accessibilità. L’accessibilità è essenziale all’interno di una strategia che metta al centro la persona e le sue esigenze, e oggi trascurare questo aspetto può portare anche a contestazioni e danneggiare la reputazione aziendale. Immagina un sito vetrina con moduli di contatto inaccessibili: ciò comprometterebbe l’esperienza utente e l’immagine dell’azienda.

Making Science offre soluzioni innovative e personalizzate per adeguare i siti web ed e-commerce alla normativa. Iniziamo con un audit di accessibilità approfondito, per valutare lo stato attuale e individuare le criticità. Successivamente, definiamo un piano di intervento chiaro e strutturato, per puntare ad un alto livello di conformità. Il nostro team di esperti supporterà ogni fase, dall’analisi iniziale all’ottimizzazione dell’esperienza utente.

Normativa sull’accessibilità digitale: chi deve adeguarsi?

Il D.Lgs. 82/2022 stabilisce che l’obbligo di accessibilità digitale si applica a diversi settori, tra cui nel mondo web:

  • E-commerce
  • Marketplace
  • Servizi bancari online
  • Piattaforme di prenotazione e trasporto online

Solo le microimprese (meno di 10 dipendenti e fatturato annuo oppure totale di bilancio annuo non superiore a 2 milioni di euro) sono esentate; tuttavia consigliamo comunque di procedere all’adeguamento per promuovere un’esperienza più inclusiva.

È consigliabile adottare criteri di accessibilità anche per i siti informativi, per migliorare l’esperienza utente, evitare contestazioni legali ed offrire così un accesso equo ai contenuti.

L’articolo 24 del D.Lgs. 82/2022 prevede sanzioni amministrative da 5.000 a 40.000 euro. Per le aziende con un fatturato superiore ai 500 milioni di euro, la sanzione può arrivare fino al 5% del fatturato annuo. 

Obbligo di Dichiarazione di Accessibilità

Ogni azienda soggetta alla normativa deve compilare e pubblicare una dichiarazione di accessibilità, come previsto dal D.Lgs. 82/2022, articolo 15. Questa dichiarazione, da inviare all’AgID, certifica il livello di conformità del sito alle linee guida WCAG 2.1 livello AA.

La dichiarazione deve indicare

  • Il livello di conformità e le eventuali non conformità.
  • Come contattare l’azienda per segnalare problemi.
  • Un link alla procedura di feedback per gli utenti.

I vantaggi di un sito accessibile

Adeguarsi non è solo un obbligo, ma un’opportunità strategica. Un sito accessibile significa:

  • Posizionamento SEO migliore: Google premia i siti accessibili.
  • Più traffico organico: tassi di permanenza più alti e meno bounce rate.
  • Customer centric: è importante agevolare la fruizione a tutti gli utenti
  • Responsabilità sociale: offri un’esperienza digitale inclusiva
  • Zero contestazioni: eviti problemi legali.

Problemi comuni di accessibilità

  • Testi difficili da leggere (linguaggio complesso, contrasto insufficiente, dimensione troppo piccola).
  • Navigazione complessa per screen reader (struttura non semantica, assenza di landmark e intestazioni corrette).
  • Assenza di sottotitoli nei video (o trascrizioni per contenuti audio).
  • Contenuti non utilizzabili solo da tastiera (mancanza di focus visibile, elementi interattivi non accessibili).
  • Immagini senza testo alternativo significativo (alt text mancante o inadeguato).
  • Form non accessibili (etichette mancanti, errori non annunciati, campi non associati correttamente).
  • Messaggi di stato o errori non comunicati (es. alert visibili ma non letti da screen reader).
  • Uso eccessivo di animazioni o contenuti lampeggianti (che possono causare disorientamento o crisi epilettiche).
  • Layout non responsivo o con zoom disabilitato (che impedisce l’uso su dispositivi mobili o con ingrandimento).
  • Tempi troppo brevi per completare azioni (es. timeout senza avviso o possibilità di estensione).

Widget di accessibilità: una soluzione rapida (ma non completa)

I widget sono utili per iniziare, ma non risolvono tutto. L’audit approfondito è essenziale. Making Science combina il widget con un audit dettagliato per puntare ad un alto livello di conformità.

Perché intervenire subito?

Rimandare significa rischiare sanzioni e danni alla reputazione. Un sito accessibile è un vantaggio competitivo.

 

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Affidati agli esperti di Making Science. Offriamo un’analisi del tuo sito web ed e-commerce e supporto personalizzato.

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Shopping trends Google per la Peak Season 2024

Prepararsi alle Peak Season: tendenze e strategie

Con l’avvicinarsi delle festività, i brand si preparano per uno dei momenti più intensi e strategici dell’anno.
Comprendere le tendenze emergenti e le nuove aspettative dei consumatori può fare la differenza tra una stagione di successo e una occasione mancata. In questo articolo proponiamo le principali tendenze del comportamento dei consumatori condivise da Google per la peak season 2024 e le strategie che i brand possono adottare per migliorare il loro impatto durante il periodo delle feste.

Tendenze chiave del comportamento dei consumatori durante le festività

Le festività rappresentano un momento di cambiamento nelle abitudini di acquisto. Negli ultimi anni, il comportamento dei consumatori si è evoluto, spingendo i brand a rispondere con nuove strategie, sempre più personalizzate e consapevoli. Ecco alcune delle tendenze principali da tenere d’occhio:

Inizio anticipato degli acquisti: un numero crescente di consumatori preferisce iniziare gli acquisti delle festività già a partire da ottobre, cercando idee, confrontando prezzi e trovando offerte. Questo comportamento suggerisce l’importanza di una pianificazione strategica anticipata per i brand, che devono essere pronti a rispondere a questa esigenza di esplorazione iniziale.

Ricerca di offerte e promozioni: gli sconti e le promozioni rimangono un fattore chiave nelle decisioni d’acquisto durante le festività. Gli eventi promozionali, come il Black Friday e la Cyber Week, continuano ad attirare una vasta quantità di consumatori alla ricerca di occasioni e sconti. Per i brand, questo significa che è fondamentale essere visibili e chiari nelle offerte promozionali, adattandosi alla competizione intensa di questi momenti clou.

Esperienze significative e autentiche: sempre più consumatori cercano esperienze d’acquisto che siano più di una semplice transazione. Vogliono connessioni autentiche con i brand, che vadano oltre il prodotto e offrano valori aggiunti, come la sostenibilità o il supporto a cause sociali. I brand che riescono a creare un’esperienza significativa e memorabile, andando oltre la vendita, avranno più probabilità di fidelizzare i loro clienti.

Shopping omnicanale: oggi, circa il 64% dei consumatori si aspetta un’esperienza d’acquisto fluida e integrata tra online e offline. Questo significa che i brand devono offrire una transizione agevole tra i vari canali, permettendo ai clienti di iniziare il loro percorso online e, se lo desiderano, concluderlo in negozio, o viceversa. Inoltre, l’integrazione omnicanale permette ai brand di rispondere meglio alle esigenze dei consumatori e di mantenere la loro attenzione durante il processo d’acquisto.

Personalizzazione e identità: i consumatori di oggi sono sempre più interessati a esprimere la propria individualità attraverso le scelte di acquisto. I brand che possono offrire prodotti o esperienze su misura, che permettono ai clienti di sentirsi unici e di esprimere la loro identità, saranno avvantaggiati. L’attenzione verso i valori personali e il desiderio di appartenenza sono diventati fattori influenti nel processo decisionale.

Mindset dei consumatori

Google ha identificato quattro mindset predominanti che caratterizzano le decisioni d’acquisto dei consumatori:

Deliberate: i consumatori in questa fase cercano ispirazione e fanno ricerche approfondite in anticipo rispetto agli eventi chiave. Sono attenti e ponderano le opzioni disponibili prima di prendere una decisione. Questo mindset richiede dai brand contenuti dettagliati, informativi e accattivanti che guidino i clienti nelle loro scelte.

Deal-seeking: con l’approssimarsi degli eventi promozionali, i consumatori iniziano a cercare attivamente sconti e offerte. Questa fase rappresenta un’opportunità per i brand di essere presenti con promozioni mirate e accattivanti, puntando su canali che aumentino la visibilità delle loro offerte e creino un senso di urgenza.

Determined: a dicembre, i consumatori si trovano spesso in una fase di “acquisto deciso”, in cui sono pronti a concludere le transazioni. In questo periodo, è essenziale che i brand siano presenti con una strategia di vendita chiara e un servizio clienti impeccabile, rispondendo in modo rapido e accurato a eventuali dubbi dell’ultimo minuto.

Devoted: anche dopo le festività, molti consumatori continuano a fare acquisti, spesso per sé stessi o per approfittare delle ultime offerte. In questo momento, i brand possono concentrare i loro sforzi sulla fidelizzazione e sulle strategie di engagement, continuando a costruire relazioni durature.

Creare connessioni e valore come strategia

Per distinguersi in un mercato competitivo, è essenziale per i brand costruire relazioni autentiche e di valore con i propri clienti. Da tenere in considerazione il coinvolgimento proattivo degli utenti, che si traduce per i brand in un impegno a costruire un dialogo costante e omnichannel. Questo significa essere presenti sui social media, ma anche nelle conversazioni post-vendita, offrendo consigli su come sfruttare al meglio i prodotti acquistati.

Un altro tema è quello della sostenibilità e responsabilità sociale: sempre più consumatori considerano i valori etici e la sostenibilità come fattori chiave nelle loro decisioni d’acquisto. Sostenere cause che risuonano con i propri clienti e dimostrare il proprio impegno verso la sostenibilità sono strategie che aumentano la fiducia e la fedeltà nel lungo termine.

Non meno importante e forse scontato, lavorare su promozioni mirate e incentivi: offrire sconti, promozioni speciali e programmi di fedeltà ai clienti può fare la differenza durante le festività. Gli incentivi mirati possono aiutare i brand a catturare l’attenzione del cliente giusto, nel momento giusto, specialmente quando la competizione è più intensa.

Takeaways!

La peak season è un momento cruciale per ogni brand. Con una comprensione approfondita delle tendenze del comportamento dei consumatori e con strategie che puntano all’autenticità, alla personalizzazione e alla costruzione di esperienze significative, i brand possono distinguersi e creare connessioni di lungo periodo con i propri clienti. Essere proattivi, flessibili e pronti a rispondere a un mercato in continua evoluzione sarà la chiave per trasformare questo periodo in un successo duraturo. Come tradurre tutto questo nell’approccio strategico al digital marketing? Per individuare gli strumenti giusti per intercettare gli utenti giusti, nel momento più adatto e con il messaggio perfetto, entra in gioco Making Science.  Vuoi contattarci per saperne di più?